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tradimenti

Capocotta


di Roby73rm
08.08.2025    |    2.104    |    1 7.6
"La notte stava scivolando silenziosa dietro le dune, e con essa il mondo sembrava allontanarsi..."
Dietro le dune di Capocotta, l’aria sapeva di salsedine e resina di pino. Il vento caldo di agosto portava con sé il rumore lontano delle onde, mentre il sole, ormai basso, accendeva di rame le ombre lunghe sulla sabbia.
Lucia attendeva, le mani intrecciate dietro la schiena, lo sguardo abbassato. La sabbia le scaldava i piedi nudi, e ogni granello sembrava ricordarle la promessa fatta a Roberto: obbedire, lasciarsi guidare, non opporre resistenza. Il suo telefono era acceso, la videocamera puntata su di lei; lo schermo mostrava il volto attento di Roberto, lontano ma presente, con quel mezzo sorriso che le faceva tremare le ginocchia.
Un fruscio tra i cespugli.
Uno sconosciuto avanzò, la camicia aperta, lo sguardo diretto. Non parlò. Non serviva: la sua presenza riempì subito lo spazio, come un’onda che travolge. Lucia sentì il battito accelerare, la pelle percorsa da brividi che nulla avevano a che fare con il vento.
«Alza gli occhi» ordinò Roberto dalla videochiamata. La sua voce, distorta appena dal microfono, era più un filo di comando che di richiesta. Lei obbedì. L’uomo davanti a lei sorrise appena, avvicinandosi. Il profumo di mare e pelle calda la circondò.
Il tempo sembrava dilatarsi.
Roberto osservava ogni minimo movimento, i suoi silenzi più eloquenti di mille parole. Lucia sentiva di essere al centro di una messa in scena pensata per lei… e per lui. Ogni sguardo, ogni passo, ogni respiro era carico di attesa, sospeso tra il volere e il lasciarsi andare.
Il sole calava, e con lui la luce si faceva più morbida, segreta. Dietro quelle dune, il mondo sembrava svanire, lasciando solo il rumore del mare, il calore della sabbia e l’intreccio invisibile di sguardi e volontà che li teneva uniti.
La luce del tramonto era ormai un bagliore lontano. L’aria era densa, quasi ferma, e ogni respiro sembrava più lento, più consapevole.
Lucia sentiva la pelle pizzicare sotto il tessuto leggero del vestito estivo. Ogni passo dell’uomo sconosciuto verso di lei era scandito dal fruscio della sabbia sotto i piedi, e da quel battito, il suo, che accelerava senza chiedere permesso.
Sul telefono, l’immagine di Roberto era nitida. Gli occhi fissi su di lei, un silenzio studiato, come se aspettasse qualcosa.
«Girati.»
La voce, secca e profonda, non ammetteva esitazioni.
Lucia obbedì. Sentì lo sguardo dello sconosciuto scivolarle addosso, indugiare. Un filo di vento le sollevò una ciocca di capelli, facendole sfiorare il collo. Quell’attimo di contatto con l’aria calda la fece tremare, senza che nessuno l’avesse toccata.
Roberto si piegò verso la telecamera. «Sta a te decidere se continuare…»
Le parole erano un invito e una prova, e Lucia sapeva che ormai indietro non si tornava.
Lo sconosciuto era vicino. Non così tanto da toccarla, ma abbastanza da farle percepire il calore del suo corpo. Tra loro c’era solo l’attesa, e dietro quella videocamera, c’era l’uomo che conosceva ogni sua reazione, ogni suo respiro.
Il cielo si tingeva d’oro e rosa, e la luce calava rapida, avvolgendo le dune in un silenzio quasi irreale. Lucia percepiva ogni cosa amplificata: il rumore lontano delle onde, il respiro lento dello sconosciuto davanti a lei… e un altro suono, più dietro.
Un passo.
Poi un altro.
Si voltò appena, e tra le ombre vide una seconda figura emergere dal sentiero sabbioso. Era più alto, con una felpa leggera e lo sguardo diretto, privo di esitazione. Non disse nulla; semplicemente si avvicinò, come se fosse sempre stato previsto che lui fosse lì.
Sul telefono, il volto di Roberto rimase immobile, ma Lucia colse il lampo nei suoi occhi.
«Ora siete in tre…» mormorò, quasi per se stesso.
Il primo sconosciuto restava davanti a lei, silenzioso, le mani nelle tasche, lo sguardo che la sfiorava come un tocco invisibile. Il secondo, invece, si posizionò alle sue spalle, abbastanza vicino da farle percepire il suo respiro sfiorarle l’orecchio.
Lucia sentiva di essere al centro di una geometria invisibile: davanti, dietro, e a distanza, lo sguardo costante di Roberto. Il calore dei corpi, la brezza salmastra, l’odore di sabbia calda e pino marittimo… tutto si mescolava, rendendo l’aria più densa, quasi palpabile.
«Non dire una parola» ordinò Roberto.
Lucia chiuse gli occhi, lasciando che fossero gli altri a muoversi. Poteva solo sentire: il fruscio di un passo nella sabbia, il leggero sfiorare di un tessuto sul braccio, e quell’attesa sospesa, che cresceva come un’onda pronta a infrangersi.
La luce del tramonto era ormai scomparsa. Dietro le dune, il mare non si vedeva, ma il suo respiro costante riempiva l’aria come un sottofondo segreto.
Lucia rimaneva ferma, le mani ancora dietro la schiena, il respiro irregolare. Il primo sconosciuto mosse un passo avanti, accorciando la distanza. Ora era così vicino che lei poteva vedere ogni dettaglio del suo viso, le ombre marcate dalla luce obliqua.
Alle sue spalle, il secondo sconosciuto si mosse appena, sfiorandole il gomito con il dorso della mano. Fu un tocco leggerissimo, ma sufficiente a farle accelerare il respiro.
Sul telefono, Roberto la osservava come un regista che guida ogni scena.
«Non muoverti» disse, e la sua voce era un filo teso, capace di trattenerla più di qualsiasi corda.
Il primo sconosciuto inclinò il capo, studiandola. Il secondo le sfiorò una spalla, lasciando che la sensazione si propagasse come un’onda lenta.
Lucia si sentiva stretta in un cerchio invisibile: ogni movimento degli uomini era misurato, ogni gesto aveva il peso di un comando silenzioso.
«Chiudi gli occhi» arrivò l’ordine di Roberto.
Lucia obbedì. Nel buio, il mondo si ridusse a sensazioni: un passo di fronte a lei, un respiro vicino al suo collo, il calore di presenze che si muovevano intorno come satelliti intorno al loro centro.
La notte stava scivolando silenziosa dietro le dune, e con essa il mondo sembrava allontanarsi. Solo il fruscio del vento tra i ciuffi d’erba alta e il respiro del mare riempivano lo spazio intorno.
Lucia sentiva i piedi affondare leggermente nella sabbia fresca. Ogni granello che le sfiorava la pelle era un richiamo alla realtà… ma quella realtà era sospesa, controllata, plasmata dalle volontà intorno a lei.
Il primo sconosciuto si avvicinò ancora, tanto che il suo respiro le sfiorò le labbra senza toccarle. Non serviva un gesto diretto: bastava quella distanza colma di possibilità.
Dietro, il secondo le passò accanto lentamente, descrivendo un semicerchio. Il suo corpo lambì appena il suo fianco, e il calore rimasto fu come una scia che continuava a pulsare.
Sul telefono, Roberto non distolse lo sguardo nemmeno per un istante.
«Ascolta» disse, e lei capì che non parlava solo dei suoni del mare.
Ascoltò il battito del proprio cuore, veloce. Il respiro profondo dei due uomini, alternato. Il fruscio dei loro movimenti nella sabbia.
Il primo le sfiorò la mano con un tocco appena percettibile. Il secondo le sfiorò i capelli, lasciandoli ricadere piano. Due gesti opposti ma complementari, come se stessero tracciando su di lei una mappa invisibile.
Lucia capì che non avrebbe potuto fermare quella scena nemmeno se lo avesse voluto. E in quel momento, tra la luce ormai minima e il cerchio che si era stretto attorno a lei, si rese conto che quel punto di non ritorno era già stato oltrepassato da tempo.
Il cielo era ormai una tela scura, trafitta solo da una sottile lama di luna. Il vento, più fresco, portava l’odore intenso del mare e della pineta, avvolgendo ogni respiro in un’atmosfera sospesa.
Lucia non sapeva più quanto tempo fosse passato da quando aveva sentito il primo passo sulla sabbia. La percezione dell’orologio era svanita, sostituita da quella di ogni gesto, ogni respiro, ogni sguardo.
Il primo sconosciuto le prese il polso, con una fermezza calma, e la guidò di un passo in avanti. Il secondo si avvicinò dal lato opposto, chiudendo ogni via di fuga.
Non c’era minaccia, solo una volontà comune che la stringeva come una corrente marina invisibile.
Sul telefono, la luce del volto di Roberto illuminava appena il suo sguardo.
«Ora lascia andare» disse, con una lentezza studiata, come se ogni parola avesse un peso preciso.
Lucia sentì il respiro farsi più profondo. Abbassò le spalle, come a deporre un’armatura invisibile. Non tentò di controllare nulla: lasciò che fossero le mani che la sfioravano, gli sguardi che la attraversavano, a decidere per lei.
In quell’istante, non c’erano più dune, né mare, né notte. Solo una sensazione di totale abbandono, amplificata dalla consapevolezza che qualcuno, lontano ma presente, stava vedendo ogni cosa.
E quando chiuse gli occhi, non fu per nascondersi, ma per accogliere.
Epilogo – Il giorno dopo
Il sole del mattino filtrava tra le tende leggere della camera. L’aria portava ancora il profumo salmastro della sera prima, come se il vento avesse deciso di seguirla fino a casa.
Lucia si mosse lentamente tra le lenzuola, sentendo sulla pelle un calore che non apparteneva solo al sole. Ogni volta che chiudeva gli occhi, la mente tornava lì: dietro le dune, al rumore basso delle onde, agli sguardi incrociati nel buio.
Non era un ricordo ordinato. Erano frammenti: il passo lento di qualcuno dietro di lei, il respiro vicino al suo viso, il tono di Roberto, fermo e sicuro, che le attraversava la mente più di qualunque tocco.
Sul comodino, il telefono vibrò.
Un messaggio.
“Ti ho rivista tutta la notte.”
Lucia lo lesse una volta sola, ma bastò. Il cuore accelerò, non per sorpresa, ma per quella sensazione di appartenere ancora a ciò che era accaduto.
Uscì sul balcone. L’aria fresca le sfiorò il collo. Il mare, in lontananza, era calmo, ma lei sapeva che dietro quelle onde, dietro quelle dune, qualcosa si era mosso dentro di lei.
E non sarebbe più tornato come prima.




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